Puntata #9 de Il giovedì del Corpus — resoconto narrativo della serata del 17 settembre 2026.
⬆️ Ascendi all'indice per navigare tra le sezioniLa sera del 17 settembre la chiamata apre sull’energia di YeḤuWYaH — prima energia del coro delle Potestà. Una riga di contesto, e poi il lavoro prende una direzione propria. Non è una serata su quest’energia in particolare: è una serata su qualcosa che il gruppo ha messo in scena senza saperlo, mentre cercava di capire qualcosa d’altro.
Il testo e la stanza

Sul sito esistono due serie. La prima, costruita a partire dal sistema di Igor Sibaldi. La seconda — quella attuale — torna alle fonti ottocentesche, Lenain e d’Olivet, e le rilegge attraverso la chiave psicologica che Sibaldi ha contribuito ad aprire. Il materiale è antico; il modo di interrogarlo è moderno.
Quella sera il punto di partenza era una riga ricavata dalla lettura: di solito guardiamo quello che succede, ma vediamo l’effetto. Mai perché succede. È una distinzione semplice, quasi ovvia. Ma appena entra nella stanza, qualcosa si muove.
⬆️ Ascendi all'indice per navigare tra le sezioniQuello che vedi è il risultato

Il conduttore parte da un esempio che ognuno ha già attraversato: sentire una voce al telefono. Quello che arriva all’orecchio non è la voce che è partita dall’altra parte — è una ricostruzione. Si sente qualcosa di reale, ma non si vede niente di ciò che lo ha reso possibile.
L’esempio successivo è concreto, quotidiano. Un pescivendolo al mercato. Quattro movimenti, un pesce sfilettato in pochi secondi, polpa e pelle separate senza residui. Chi guarda vede destrezza, forse passione. Non vede quello che regge quel movimento — anni di gesti ripetuti, una relazione con la materia che viene da lontano, l’abitudine che ha trasformato un’intenzione in automatismo. Il pescivendolo, fuori dall’orario di lavoro, va a pescare. Quello che è visibile è il gesto; ciò che lo produce, no.
E poi il caso che riguarda davvero: sto a litigare con una persona. Arriviamo alle mani. Perché ci sono arrivato? Quale struttura mentale mi obbliga ogni volta che succede quella cosa a non interromperla prima?
La differenza tra guardare la superficie e andare in profondità non è una questione di intelligenza. È una questione di abitudine percettiva. La mente, di solito, si ferma all’effetto. Registra ciò che è accaduto. Non chiede cosa lo ha prodotto.
C’è una cosa che vale la pena tenere, prima di andare avanti: quando la mente vede qualcosa, non può più essere come era prima di vederla. Una volta che il processo è diventato visibile, il risultato smette di essere l’unica cosa che esiste.
⬆️ Ascendi all'indice per navigare tra le sezioniLa struttura in cui guardi

A un certo punto della serata, qualcuno porta nella chat un segnale — un’immagine, un testo, qualcosa da leggere insieme. Il conduttore guarda. Poi chiede di guardare di nuovo, più da vicino. C’è qualcosa che non torna.
Si cerca dove non torna. E mentre si cerca, emerge la struttura sbagliata: quella che si stava usando per guardare non era quella giusta. Non perché fosse falsa in senso assoluto — ma perché da lì non si riusciva a vedere quello che c’era davvero. Si cambia punto di osservazione, si trova la struttura che effettivamente regge ciò che si sta guardando. E improvvisamente tutto diventa leggibile.
Il passaggio è piccolo, dura pochi minuti. Ma è esattamente lo stesso di cui si parla da tutta la sera: non fermarsi all’effetto, cercare il processo. Non fermarsi a ciò che si vede, chiedersi cosa lo produce — e da dove lo si sta guardando.
Perché c’è una cosa che la serata ha tenuto ferma fin dall’inizio: non si vede la struttura attraverso cui si guarda mentre la si sta usando. Si vede sempre qualcos’altro. E questo non è un problema logico astratto: è qualcosa che succede concretamente, nella vita di tutti, ogni giorno.
La serata ha usato sé stessa come dimostrazione. Non era programmato. È successo.
⬆️ Ascendi all'indice per navigare tra le sezioniLa struttura non è un sabotatore esterno

A questo punto si potrebbe essere tentati di dire che la struttura lavora contro di noi. Sarebbe sbagliato.
Una configurazione che si consolida nel tempo svolge una funzione. Non è lì per caso. È nata in risposta a qualcosa — un contesto, una necessità, un’esperienza ripetuta — e ha continuato a operare perché in quel momento serviva. Una struttura consolidata può continuare a produrre gli stessi effetti senza che si debba decidere consapevolmente di produrli ogni volta.
Non si tratta di “ti piace soffrire”. Si tratta di qualcosa di più preciso: il problema continua perché continua la funzione che svolge. Finché quella funzione è attiva, il comportamento che ne deriva tende a ripresentarsi — anche quando si vorrebbe che non lo facesse.
La struttura non è un sabotatore. È una rotella dell’ingranaggio. Ma se la guardi come se fosse esterna a te — un ostacolo, una forza contraria — non riesci a vederla per quello che è: una parte del modo in cui sei organizzato.
Come nelle serate sull’identità (#4 e #5, l’abito cucito nell’infanzia), anche qui torna lo stesso nodo: la struttura non è il nemico. È qualcosa che è stato costruito — spesso con buone ragioni — e che a un certo punto smette di corrispondere al contesto in cui si vive.
⬆️ Ascendi all'indice per navigare tra le sezioniPuoi passare il presente a rispondere a una domanda che non ha più un interlocutore

Hai quarant’anni. Stai ancora cercando di dimostrare che non sei sfigato. Non devi dimostrargli che sei un figo. Tu devi dimostrargli che non sei sfigato. Non è la stessa cosa.
Puoi passare il presente a rispondere a una domanda che non ha più un interlocutore.
Non per scelta. Non per debolezza. Perché le strutture non hanno una data di scadenza. Continuano a funzionare anche quando il contesto originale è scomparso. E finché non te ne accorgi, il presente si organizza attorno a una risposta da dare a qualcuno che non c’è più.
Oggi puoi dimostrare ieri?
No. Ieri è già accaduto. La questione non è il passato — è dove si mette il fuoco adesso. Questo non è negare il passato, né attribuire colpa a chi ci si trova in questo meccanismo. È spostare il fuoco. È l’unica direzione in cui c’è qualcosa da fare.
Come nella serata sul cardinale (#8), anche qui torna la stessa tensione: tra la prigione in cui ci si trova e la mappa che si riesce — o non si riesce — a disegnare da lì.
⬆️ Ascendi all'indice per navigare tra le sezioniLa struttura delimita anche il possibile

C’è una distinzione che la serata ha tenuto ferma e che vale la pena rendere esplicita.
Ci sono cose impossibili — vincoli reali: materiali, fisici, economici, relazionali. Non tutto è raggiungibile, e non è utile fingere che lo sia.
Ci sono cose possibili ma incompatibili con la struttura attuale. Esistono. Ma non entrano nella configurazione con cui si organizza la propria vita. Richiedono un cambiamento nella struttura per diventare accessibili.
E poi c’è qualcosa di più sottile: le cose che non vengono nemmeno contemplate. Non si dice “non voglio” né “non posso”. Non vengono in mente. Sono fuori dalla mappa, non perché siano impossibili, ma perché la struttura non le include nel campo di ciò che è pensabile.
Un esempio concreto, semplice: non a tutti viene in mente che si può prendere una barca e sbarcare su una spiaggetta della Sardegna. Non perché non si possa. Perché, in quella configurazione mentale, non esiste come opzione. E se non esiste come opzione, non se ne parla nemmeno.
Il punto non è che si può fare qualsiasi cosa. Il punto è che la struttura disegna i confini di ciò che si è capaci di immaginare come possibile per sé. E quei confini normalmente non sono visibili — sono lo sfondo su cui tutto il resto prende forma.
«Mi sono accorta di cose che prima avrei escluso proprio a priori, che non prendevo neanche in considerazione.»
⬆️ Ascendi all'indice per navigare tra le sezioniQuando la struttura si difende

Ci sono momenti in cui qualcosa nella realtà non corrisponde alla configurazione che si è costruita.
A volte si smette di guardare ciò che non rientra. Non per scelta consapevole: si evita, si guarda altrove, si pensa ad altro. La struttura non elabora ciò che la mette in discussione — lo aggira.
A volte si modifica il racconto di ciò che si sta vivendo. Quando la distanza tra quello che si vive e quello che si racconta di vivere diventa significativa, quella distanza merita di essere osservata — vale la pena guardare cosa la produce.
E a volte, davanti a un’informazione che potrebbe mettere in discussione la configurazione, la prima reazione è difensiva: può indicare che, in quel momento, la priorità è proteggere la configurazione piuttosto che esaminare l’informazione. Viceversa, chi riceve la stessa critica e la prima risposta è la curiosità — dimmi dove ho sbagliato — sta già dentro un modo diverso di stare rispetto a quell’informazione.
Tre manifestazioni diverse della stessa funzione: quando la realtà minaccia la configurazione abituale, il sistema può modificare ciò che vede, ciò che racconta, o il modo in cui reagisce alle informazioni nuove.
⬆️ Ascendi all'indice per navigare tra le sezioniInterrompere l’automatismo e allenare una risposta diversa

Come nella serata su “Fare per fare” (#6), anche qui emerge la stessa idea: non si tratta di capire tutto prima di agire. Si tratta di creare uno spazio tra l’impulso e la risposta.
Un parcheggio. Una persona che si muove lentamente davanti a te. L’impulso è fare retromarcia, uscire, non aspettare. E invece: oggi aspettiamo. Non perché si sia capito qualcosa. Non perché si sia applicata una tecnica. Perché si è scelto di non procedere esattamente come al solito. E in quello spazio — piccolo, concreto, quasi banale — è entrata qualcosa di diverso.
Fai le cose senza sapere perché non significa agire senza capire. Significa che non serve possedere una spiegazione completa prima di interrompere una risposta automatica. La spiegazione può arrivare dopo. O non arrivare affatto. L’atto di interruzione è già qualcosa.
La discontinuità temporale — anche solo trenta secondi, anche solo fermarsi di lato e aspettare — non è una tecnica. È uno spazio tra l’impulso e il gesto. Nel momento in cui ci si ferma a fare una domanda, la sequenza automatica ha già cambiato forma. Non si è ancora risolto niente. Ma si è smesso di procedere esattamente come prima.
Se lo fai su tutti, a fine anno qualcosa ti rimane attaccato.
Una partecipante che un mese prima non riusciva a lavorare era in chiamata quella sera. Qualcuno l’ha guardata e ha detto: per me è la gemella che è venuta fuori. Lei: “Sono veramente un’altra persona.”
Da bambina la chiamavano schelena per i denti. Oggi mette gli apparecchi agli altri.
Disclaimer
Questo resoconto è una rielaborazione narrativa di una serata di studio e confronto del gruppo del Corpus Sibaldianum. I nomi dei partecipanti sono stati omessi. I temi trattati hanno finalità di riflessione e crescita personale e non sostituiscono percorsi professionali, terapeutici o religiosi qualora necessari.
Il quadro contemporaneo di riferimento è quello elaborato da Igor Sibaldi nel suo sistema. La lettura della serata e l’elaborazione dei materiali sono del Corpus Sibaldianum.
Il testo non è stato scritto, approvato o rivisto da Igor Sibaldi.
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