Approfondimento

Decidere di avere torto

23 agosto 2026

Decidere di avere torto — serata del Corpus Sibaldianum del 20 agosto 2026

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Preferisci ascoltare invece di leggere? Questo episodio rielabora i temi dell'articolo in forma di conversazione, mantenendone i concetti essenziali e adattandoli all'ascolto. È pensato per accompagnarti durante spostamenti, passeggiate o altre attività quotidiane.

Puntata #5 de Il giovedì del Corpus — resoconto narrativo della serata del 20 agosto 2026.

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C’è un testo che il gruppo ha già incontrato un anno fa, e che questa sera torna sul tavolo per essere riletto ad alta voce, riga per riga, con le correzioni che si fanno mentre si legge e le battute che si accavallano ai concetti. Qualcuno propone di partire proprio da lì — un articolo sull’egocentrismo nascosto, appena rivisto — e il resto della serata nasce quasi per intero da quella lettura: non come commento a margine, ma come innesco.

Il testo e la stanza

Questa sera il gruppo non parte da un’energia angelica. Parte da un approfondimento sull’ego, letto e discusso in diretta. È un formato che il gruppo conosce bene: qualcuno legge una frase, qualcun altro la ferma per un dettaglio — una virgola, un accento mancante, una parola che suona storta — e nel tempo di quella correzione il testo smette di essere solo testo. Diventa lo specchio in cui, una frase dopo l’altra, qualcuno comincia a riconoscersi.

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Il copione che il mondo non ha letto

Il copione che il mondo non ha letto — serata del Corpus Sibaldianum del 20 agosto 2026.

La lettura si ferma quasi subito su una distinzione che l’italiano tiene ben separata e che nell’uso quotidiano si confonde in fretta.

Egoismo è dare importanza a sé stessi considerando anche gli altri: io conto, insieme a chi mi sta intorno.

Egocentrismo è il mondo che gira attorno a un solo punto — ed è quel punto a decidere chi viene ascoltato, chi ha ragione, cosa succede dopo. Non è una colpa da correggere sul nascere: è una fase dello sviluppo infantile, tipica dei primi quattro o cinque anni di vita, il momento in cui un bambino non ha ancora acquisito la capacità di considerare il punto di vista di un altro come autonomo e reale quanto il proprio. Il problema, si fa notare nella stanza, non è che questa fase esista. È che in moltissimi adulti non si chiude mai davvero — resta lì, sotto un comportamento che sembra ragionevole, e salta fuori ogni volta che qualcosa non va come previsto.

È a questo punto che dalla lettura nasce la prima battuta della serata, di quelle che restano. Aspettarsi che il mondo si comporti secondo un copione scritto da noi, dice l’articolo, è una fonte costante di frustrazione, perché la realtà non ha alcun dovere di rispettarlo. E qualcuno nella stanza, quasi sopra la frase, aggiunge il pezzo che l’articolo non dice: quel copione, poi, non l’abbiamo neanche consegnato a chi dovrebbe recitarlo. Lo abbiamo scritto, curato, riletto — e tenuto per noi. Abbiamo preparato con cura le battute degli altri, e ci siamo dimenticati di mandargliele.

La risata che segue dura poco, perché la frase successiva riporta la stanza su un terreno più scomodo: decidere di avere torto. Non è la conseguenza di qualcos’altro — chi guida la serata lo ripete più volte nel corso dei suoi interventi, come se fosse la cosa più importante da fissare prima di andare oltre — è un movimento che va compiuto per primo, prima di qualunque cambiamento. Non basta sentirsi dire che si ha torto: bisogna arrivare a decidere, in anticipo, che si può avere torto senza che succeda nulla di catastrofico. È una rinuncia preventiva, non un verdetto subito — rinunciare, prima ancora che qualcuno lo dimostri, alla necessità di avere ragione.

La prova, quella sera, è nella stanza stessa. La risposta arriva netta, senza troppi giri: sei qui stasera. Loro no. Il fatto di essere lì, a quell’ora, è già una decisione di avere torto — perché nessuno si siede ad ascoltare qualcosa che potrebbe cambiargli le idee se ha già deciso che le proprie idee sono quelle giuste. Chi non è venuto, quella sera, semplicemente non ha ancora fatto quel movimento. Non è un giudizio su chi è assente. È una descrizione di dove si trova, in questo momento, rispetto a quella soglia.

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Una conferma arrivata da un’altra stanza

Una conferma arrivata da un'altra stanza — serata del Corpus Sibaldianum del 20 agosto 2026.

È in questo clima che torna a parlare la persona che due settimane fa, nella serata di Socrate, si era collegata per la prima volta da una struttura di ricovero — un varco fisico attraversato quasi per caso, diceva allora, che stava già cominciando a mostrarle qualcosa. È ancora lì, in quel mondo temporaneo, e questa sera racconta qualcosa che le è successo poche ore prima, dentro quello stesso luogo. Qualcuno lì dentro — dice — è arrivato, con parole sue, per una strada completamente diversa, a un punto su cui il gruppo lavora da mesi: un bambino viene condizionato dall’ambiente ancora prima di nascere, e quel condizionamento diventa un’identità, un vestito indossato così presto e così a lungo da smettere di sembrare un vestito.

Lo racconta quasi senza fiato, come chi ha ancora addosso la sorpresa. Sentirlo dire da chi non aveva motivo di saperlo ha avuto per lei l’effetto di una conferma indipendente — non un’opinione condivisa perché fa comodo, ma una descrizione arrivata da un’altra strada, che dice la stessa cosa. Poco dopo, nello stesso posto, le è arrivato un secondo pezzo dello stesso discorso: il legame di parentela non obbliga a rinunciare a sé stessi per salvare qualcun altro. Ognuno, alla fine, può solo salvare sé stesso — e non è un atto egoista nel senso deteriore del termine, è la premessa perché ci sia qualcosa da offrire agli altri.

Tre mesi prima, dice, tutto questo le sarebbe sembrato impossibile da accettare. Oggi le arriva confermato da una direzione completamente diversa da quella da cui l’aveva ricevuto la prima volta, e lo racconta con un sollievo che nella voce si sente.

È paradossale, aggiunge lei — perché quello che lei stessa avrebbe considerato impossibile tre mesi prima, oggi le sembra ovvio.

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Il cassetto che non c’entra

Il cassetto che non c'entra — serata del Corpus Sibaldianum del 20 agosto 2026.

La teoria smette del tutto di essere teoria quando la conversazione arriva a un episodio piccolo, quasi comico se raccontato a freddo: un cassetto rimasto aperto, urtato per sbaglio, richiuso con una violenza sproporzionata al fatto — al punto da romperlo. Chi lo racconta arriva sicuro di una cosa: la colpa è del cassetto, che non doveva “essere” aperto.

Chi guida la serata non lascia correre la ricostruzione: prima di arrivare al cassetto, cosa c’era già? La domanda sembra fuori tema, poi non lo è più. La ricostruzione porta a un’altra ipotesi: la rabbia non è nata nell’urto contro il cassetto. Era già lì, e il cassetto ha semplicemente fornito l’occasione — la prima disponibile — per uscire.

È l’immagine della pentola a pressione, già affiorata nella serata sull’ira e la rabbia di una settimana fa, a tornare qui con più precisione del solito: una tensione che si accumula indipendentemente dagli eventi specifici, e che trova sfogo nel primo incidente a portata di mano. Chi vive questo meccanismo lo riconosce anche altrove, e lo ammette con un certo imbarazzo: per tenerlo a bada prima che esploda, a volte ricorre al cibo — un dolce dopo l’altro, non per fame ma per tamponare qualcosa, esattamente come si userebbe del bicarbonato contro un’acidità di stomaco. Il dolce non risolve la tensione. La rimanda. La tiene sotto controllo per il tempo di digerirla, in tutti i sensi.

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Il disprezzo che protegge

Il disprezzo che protegge — serata del Corpus Sibaldianum del 20 agosto 2026.

Dalla rabbia il discorso scivola verso un rifiuto più antico — la stessa energia dei talenti non espressa già incontrata nella serata delle sette malattie, qui però raccontata in prima persona. C’è chi ammette, con una certa fatica a dirlo ad alta voce, di avere passato anni a costruire qualcosa — studio, pratica, ore vere — per poi lasciarlo fermo lì, mai davvero usato, nonostante ogni volta che capita, quasi per caso, di metterlo in circolo con chi gli sta vicino, funzioni, e bene. Il talento c’è. L’occasione pure. Manca il gesto di esporsi sul serio, in pubblico, dove si può essere giudicati.

E proprio lì emerge un meccanismo più sottile, quello che nella stanza si comincia a chiamare con il suo nome: Superbia — dichiarare gli altri non abbastanza meritevoli può essere il modo più elegante per non scoprire quanto valiamo davvero. Non è un calcolo cosciente, si osserva — bisogna vederlo per accettarlo — e vederlo, in quella stanza, è già il primo passo per uscirne, un passo che si sta compiendo mentre se ne parla.

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L’ombra che basta guardare

L'ombra che basta guardare — serata del Corpus Sibaldianum del 20 agosto 2026.

Il filo che lega rabbia e disprezzo torna a una formula che il gruppo conosce bene: gli altri non esistono. Non significa che le altre persone non esistano. Significa che non sono loro a produrre direttamente ciò che accade dentro di noi. Tra ciò che l’altro fa e ciò che noi proviamo c’è una decisione che appartiene a noi.

Lo si vede bene, viene fatto notare, quando in una dinamica di gruppo capita la stessa cosa a persone diverse: ognuna reagisce a modo suo — segno che non è il fatto a produrre la reazione, ma la convinzione — diversa per ognuno — che quel fatto si è limitato a incontrare.

Tolto di mezzo l’altro come causa diretta, quello che resta da guardare è un’ombra — e qui la serata trova un’immagine che nella stanza sembra convincere più di ogni spiegazione: l’ombra non ha spessore. È bidimensionale, appoggiata alla superficie come una mancanza di luce, non come una sostanza. Non ha consistenza propria e quindi non ha nemmeno potere: punta un faro contro un’ombra, e sparisce nell’istante stesso in cui la guardi da fuori, con consapevolezza. Il motivo per cui continua a pesare non è che sia difficile da attraversare — è che si evita di guardarla, e quell’evitare la fa durare molto più a lungo del dolore reale che comporterebbe vederla.

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Il messaggio, non il messaggero

Il messaggio, non il messaggero — serata del Corpus Sibaldianum del 20 agosto 2026.

A metà serata entra nel discorso una voce nuova, portando un linguaggio diverso da quello abituale del gruppo: energia, vibrazione, frequenza. Il confronto tocca anche la metamedicina e, più in generale, un problema che riguarda qualsiasi metodo: quando qualcosa ci sembra vero perché “risuona” con noi, stiamo riconoscendo una verità o stiamo semplicemente trovando una conferma?

La reazione nella stanza è immediata: fermarsi proprio su questa parola. Risuonare, si fa notare, è un modo elegante per dire che si è trovata una conferma di quello che già si pensava — la stessa trappola descritta poco prima, quella del copione che nessuno vuole vedersi cambiato: se qualcosa risuona, si resta fermi dove si è, perché quella cosa conferma che si ha ragione. La voce nuova arriva alla conclusione da sola, quasi sorpresa: se il fatto che qualcosa risuoni la rende vera, allora si stanno solo cercando conferme, non conoscenza.

È a questo punto che la conversazione tocca un altro punto fermo per il gruppo: la differenza tra il messaggero e il messaggio. Chi ha aiutato qualcuno mostrandogli il legame tra un sintomo e la sua causa, viene osservato, magari non credeva davvero in quel metodo specifico — eppure ha funzionato lo stesso, perché quello che contava non era la fede nel metodo, ma la precisione della lettura che portava. Segui il messaggio, non il messaggero — sintetizza qualcuno nella stanza, forse la frase che resterà più a lungo di questa serata: quello che conta non è chi dice una cosa vera, né quanto ci creda chi la dice, ma se quella cosa, verificata, funziona.

La conversazione si chiude tornando su un tema già frequentato dal gruppo: perché, tra tante voci simili, ce n’è una che continua a tornare più delle altre. Non perché sia l’unica possibile, si ammette, ma perché è l’unica, tra quelle incontrate finora, che riporta ogni responsabilità dentro la persona invece che fuori — un metodo che non promette una guarigione dall’esterno, ma la possibilità di vedersi da soli, senza bisogno di un’autorità che confermi. La voce nuova annuisce, e racconta di un’esperienza di gruppo recente in cui più persone, senza essersi parlate, avevano visto durante lo stesso esercizio dettagli identici — e di come stia già pensando di ripetere quell’esperienza, appena possibile.

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La serata si chiude senza una vera conclusione, come capita quasi sempre il giovedì: un’ultima battuta, i saluti che si accavallano, qualcuno che resta ancora un minuto in più prima di disconnettersi davvero. Quello che resta, più delle singole idee, è il movimento che le ha attraversate tutte: non si può cambiare idea se prima non si è deciso di poter avere torto. E quella decisione, questa sera, era già presente prima ancora che cominciasse la lettura.

Chi era in call quella sera sa di quale cassetto si parla, e di quale corso a Verona. Chi non c’era ha comunque, quasi certamente, la propria versione di entrambi.



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Disclaimer

Questo resoconto è una rielaborazione narrativa di una serata di studio e confronto del gruppo del Corpus Sibaldianum. I nomi dei partecipanti sono stati omessi. I temi trattati hanno finalità di riflessione e crescita personale e non sostituiscono percorsi professionali, terapeutici o religiosi qualora necessari.

Le chiavi di lettura psicologica presentate derivano dagli studi, dalle conferenze e dai seminari di Igor Sibaldi, e sono qui intese e applicate secondo la lettura del Corpus Sibaldianum. L’elaborazione delle energie a partire dalle fonti ottocentesche (Lenain, d’Olivet) è del Corpus Sibaldianum.

Il testo non è stato scritto, approvato o rivisto da Igor Sibaldi.

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