Potestà · 9–13 ottobre · ייזאל
# 40 YeYaSeʼeL: Ciò che vedi non è ancora ciò che mostri
Alberto Giacometti e la forma che continua a ricominciare
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Disclaimer
Questo articolo è una rielaborazione originale, a fini di studio, divulgazione e crescita personale, basata su fonti storiche di pubblico dominio e sul sistema angelologico di Igor Sibaldi. Per maggiori dettagli sulle fonti, sul metodo di lavoro e sui livelli di interpretazione, consulta il Disclaimer completo.
Identikit dell’energia
⬆️ Ascendi all'indice per navigare tra le sezioniAttributo (Lenain, 1823): «Dieu qui réjouit.»
Formula: YeYaSeʼeL trasforma la visione in tratto.
Domanda chiave: «Che cosa vedi che non hai ancora messo in forma?»
Il mandato storico, nella voce di Lenain: «Ce génie domine sur l’imprimerie et la librairie ; il influe sur les hommes de lettres et les artistes. La personne qui est née sous cette influence aimera la lecture, le dessin, et toutes les sciences en général.»
(Questo genio domina sulla stampa e sulla libreria; influisce sugli uomini di lettere e sugli artisti. La persona nata sotto questa influenza amerà la lettura, il disegno e tutte le scienze in generale.) — Lazare Lenain, La Science Cabalistique, Amiens, 1823, p. 72
Cosa imparerai
⬆️ Ascendi all'indice per navigare tra le sezioni- Che cosa rimane di YeYaSeʼeL quando si guardano le lettere — Yod, Yod, Zayin — e che cosa resta fuori dalla radice
- Che cosa Lenain, nel 1823, affida a questo nome: uomini di lettere, artisti, stampa, libreria e disegno; e quali dati rituali associa alla voce.
- Come un uomo che a vent’anni si sente dire «per dipingere bisogna imparare a vedere» continua, anche a successo ottenuto, a verificare che cosa vede
- Quali sono i due cortocircuiti dell’energia: la visione che resta potenziale e la forma ritirata prima di essere consegnata
- Che cosa vedi, nella tua vita, che non hai ancora messo in forma, e che forma sei disposto a dargli
La Doppia Lente
⬆️ Ascendi all'indice per navigare tra le sezioni
La Doppia Lente
L'800 (Lenain): «40°. Ieiazel. [ייזאל] Son attribut (Dieu qui réjouit). Il correspond au saint nom Goed, d'après la langue des Belges.» — Lenain, 1823, p. 72.
Traduzione: «40° Ieiazel. Suo attributo: Dio che rallegra. Corrisponde al santo nome Goed, secondo la lingua dei Belgi.»
Calendario di Lenain: reggenza fisica dal 1 al 5 ottobre (p. 29).
D'Olivet, La langue hébraïque restituée, 1815, non analizza il nome dell'angelo: dà le lettere. Yod: «Le doigt de l'homme, sa main étendue : tout ce qui indique la puissance ordonnatrice et qui sert à la manifester» (Grammaire hébraïque, p. 34) e «Image de la manifestation potentielle» (p. 38).
Traduzione: «Il dito dell'uomo, la sua mano tesa: tutto ciò che indica la potenza ordinatrice e serve a manifestarla»; «Immagine della manifestazione potenziale».
Zayin: «Un bâton, une flèche, un arc ; les armes, les instrumens de l'homme : tout objet allant à un but» (Grammaire hébraïque, p. 34) e «Comme symbole, il est représenté par le javelot, le trait, la flèche, tout ce qui tend à un but : comme signe grammatical, c'est le signe démonstratif» (Vocabulaire radical, p. 43).
Traduzione: «Un bastone, una freccia, un arco; le armi, gli strumenti dell'uomo: ogni oggetto che va verso uno scopo»; «Come simbolo, è rappresentato dal giavellotto, dal dardo, dalla freccia, da tutto ciò che tende a uno scopo; come segno grammaticale, è il segno dimostrativo».
A p. 38 la Zayin ha una seconda definizione, «Signe démonstratif : image abstraite du lien qui unit les choses» (segno dimostrativo: immagine astratta del legame che unisce le cose); il Vocabulaire le dà entrambe, e il Corpus usa la freccia.
Sibaldi: Grafia YeYaSeʼeL (Agenda degli angeli), ebraico ייזאל. Calendario di Sibaldi, diverso da quello di Lenain: dal 9 al 13 ottobre. Epiteto «L'Angelo degli artisti»; nell'Io celeste «yod-yod-sain». Formula: «La mia vista, la mia percezione è come una freccia» (Il libro degli angeli e dell'Io celeste, 2016, p. 144). Nell'Agenda Sibaldi scrive che la Y simboleggia il vedere e la S il raggio di luce, la freccia che è stata scoccata.
Corpus Sibaldianum: Il Corpus propone di leggere la sequenza Yod–Yod–Zayin come un dinamismo in tre fasi: la manifestazione potenziale (Yod), la mano tesa che ordina (Yod), il dardo che tende a uno scopo (Zayin). Non è una dottrina attestata in d'Olivet: l'accostamento delle due Yod alle due definizioni è una scelta del Corpus. Il suffisso ʼeL non è analizzato da d'Olivet e resta fuori dalla radice.
L'800 (Lenain): «Ce génie et ceux qui suivent, jusqu'au 40e., appartiennent au 5e. ordre des anges, que les orthodoxes appellent le chœur des puissances.» — Lenain, 1823, p. 66 (voce del genio #33).
Traduzione: «Questo genio e quelli che seguono, fino al 40°, appartengono al 5° ordine degli angeli, che gli ortodossi chiamano il coro delle potestà.»
Sibaldi: Coro delle Potestà (#33–#40): ottavo e ultimo genio della sequenza.
Corpus Sibaldianum: Posizione: #40, dopo #39 RaHaʿeʼeL, ultimo del coro. Con #41 si apre un altro coro.
L'800 (Lenain): «Ce génie domine sur l'imprimerie et la librairie ; il influe sur les hommes de lettres et les artistes.» — Lenain, 1823, p. 72.
Traduzione: «Questo genio domina sulla stampa e sulla libreria; influisce sugli uomini di lettere e sugli artisti.»
Sibaldi: L'Angelo degli artisti: artista è, per Sibaldi, chi sa esprimere fedelmente ciò che percepisce attraverso l'immaginazione, e gli yeyaseliani amano percepire e mostrare soprattutto le possibilità nuove. Nella tavola dei campi d'azione (Il libro degli angeli e dell'Io celeste, 2016, p. 341), alla voce 40, Sibaldi indica la liberazione dalle catene e dai nemici, la protezione contro la rassegnazione e il successo soltanto nelle arti (parafrasi).
Corpus Sibaldianum: Il Corpus legge gli ambiti di Lenain — stampa e libreria, uomini di lettere, artisti, disegno — come luoghi in cui ciò che si vede prende forma e arriva ad altri. La liberazione dalle catene della tavola di Sibaldi richiama il riferimento di Lenain al salmo per i prigionieri: il Corpus segnala l'eco e non dice che una fonte derivi dall'altra.
L'800 (Lenain): Per l'invocazione Lenain prescrive: «On prononce la demande avec les noms divins et le 15°. verset du psaume 87. (Ut quid Domine repellis orationem meam : avertis faciem tuam à me.)» — Lenain, 1823, p. 72. L'invocazione si fa «depuis 1 heure du soir jusqu'à 1 heure 20 minutes».
Traduzione: «Si pronuncia la richiesta con i nomi divini e il 15° versetto del salmo 87. (Perché, Signore, respingi la mia preghiera e mi nascondi il tuo volto?)» — dalle 13:00 alle 13:20. Nota filologica: il salmo 87 è tale nella numerazione della Vulgata; nella numerazione ebraica è il salmo 88, e il versetto è il 15 in entrambe. La traduzione italiana è del Corpus.
Sibaldi: Nell'Agenda degli angeli Sibaldi scrive che YeYaSeʼeL non annuncia ancora la vittoria del nuovo, ma solo il suo inizio: il tema è annunciare l'inizio del nuovo (parafrasi).
Corpus Sibaldianum: Il Corpus assume il volto che si sottrae nel versetto come immagine di uno sguardo che non incontra ciò che cerca. È una lettura del Corpus, non un'interpretazione attribuita a Lenain.
L'800 (Lenain): «Le mauvais génie domine toutes les mauvaises qualités du corps et de l'âme ; il influe sur les esprits sombres et ceux qui fuient la société.» — Lenain, 1823, pp. 72–73.
Traduzione: «Il genio cattivo domina tutte le cattive qualità del corpo e dell'anima; influisce sugli spiriti cupi e su quelli che fuggono la società.»
Sibaldi: Secondo Sibaldi, chi nasce in questi giorni deve imparare a non temere la propria facoltà immaginativa; il dubbio di esagerare può portare a esagerare nel senso opposto, vedendo in sé troppi difetti e nelle proprie giornate troppe incombenze e troppi doveri, per mettere a tacere il talento. Tra i pericoli indica il legarsi a persone sbagliate, l'ansia di ricevere l'approvazione di molti e il suo contrario, la sensazione di essere individui eccezionali e perciò incomprensibili (parafrasi).
Corpus Sibaldianum: Il giudizio di Lenain riguarda il genio contrario, non YeYaSeʼeL, non chi è nato nel periodo, non Giacometti.
L'800 (Lenain): «La personne qui est née sous cette influence aimera la lecture, le dessin, et toutes les sciences en général.» — Lenain, 1823, p. 72.
Traduzione: «La persona nata sotto questa influenza amerà la lettura, il disegno e tutte le scienze in generale.»
Sibaldi: Sibaldi scrive che gli yeyaseliani sono nati outsider; che le professioni consuete non hanno spazio per la loro mente; che il non accettare consigli è il presupposto della loro autonomia e della loro originalità creativa; che ciò che per altri è un difetto può diventare per loro una condizione operativa (Il libro degli angeli e dell'Io celeste, 2016, cap. 40; parafrasi).
Corpus Sibaldianum: Alberto Giacometti è il caso biografico scelto dal Corpus Sibaldianum per descrivere questa energia — nato il 10 ottobre 1901 a Borgonovo, a Parigi dal 1922, dal 1935 impegnato in una ricerca solitaria sulle teste — letto a partire da fonti biografiche indicate in «Fonti e riferimenti», mentre l'energia è letta a partire da Lenain e d'Olivet. Secondo la Fondation Giacometti, i suoi familiari e amici posavano per ore nel freddo dell'atelier mentre lui dipingeva o scolpiva con la sensazione di non riuscire mai a ottenere ciò che vede (parafrasi). Il Corpus legge questo vedere che non raggiunge il bersaglio: «bersaglio» viene dalla freccia di Zayin e da trait, non dalle fonti, che sostengono il rapporto problematico tra percezione e rappresentazione.
Nota Metodologica
⬆️ Ascendi all'indice per navigare tra le sezioniAlberto Giacometti è stato scelto perché nasce il 10 ottobre, dentro il periodo di Sibaldi; perché il disegno, che nelle sue parole — come le riporta il comunicato del Centre Pompidou — è ciò che conta, cade negli ambiti di Lenain (artisti, disegno); perché nelle fonti biografiche il suo vedere è presentato come qualcosa che la forma non riesce mai pienamente a raggiungere; il «bersaglio» è la successiva elaborazione del Corpus; perché la sua ombra documentata (rifare, spesso distruggere) rende osservabile la tensione tra ciò che vede e la forma che riesce a produrne. Non si tratta di identificare un uomo con un angelo, ma di usare un caso storico per osservare la struttura simbolica del mandato.
Giacometti nacque il 10 ottobre 1901, dentro il periodo 9–13 ottobre che il sistema di Igor Sibaldi assegna a YeYaSeʼeL. La scelta del personaggio è del Corpus. Il periodo non coincide con quello di Lenain: per Lenain la reggenza fisica del genio #40 va dal 1 al 5 ottobre (p. 29), e i suoi giorni di reggenza morale sono il 28 aprile, il 9 luglio, il 19 settembre, il 30 novembre e il 10 febbraio. Il 10 ottobre non compare tra questi: la coincidenza biografica è con il periodo di Sibaldi, mentre il mandato e l’ombra vengono da Lenain. Il Corpus dichiara la differenza invece di appianarla. Sibaldi non cita Giacometti.
I fatti biografici usati nell’articolo provengono da fonti di livello 2: la Fondation Alberto et Annette Giacometti, en.wikipedia e il comunicato stampa del Centre Pompidou per la mostra Alberto Giacometti, le dessin à l’œuvre (2001). Nessuna fonte primaria è stata letta: le parole di Giacometti compaiono soltanto come quelle fonti le riportano, e dove il Corpus non ha letto il testo originale lo dichiara. «Spesso rifà e distrugge» è scritto «spesso» perché la fonte dice often, ed è letto come manifestazione del movimento, non come tratto psicologico.
Della gioia di «Dieu qui réjouit», di stampa e libreria, delle scienze e del salmo per i prigionieri le fonti su Giacometti non offrono sostegno: restano nel mandato di Lenain, non nel caso.
D’Olivet dà trait nel senso di dardo (Vocabulaire radical, p. 43). L’accostamento a trait come tratto del disegno è del Corpus. La sequenza Yod–Yod–Zayin proposta in Parte II è una lettura del Corpus a partire dalle definizioni di Fabre d’Olivet: non è una dottrina attestata. «Bersaglio» viene dalla freccia di Zayin e dalla formula di Sibaldi, non dalle fonti su Giacometti.
Criterio interpretativo.
Le fonti storiche citate in questo saggio forniscono il materiale simbolico, linguistico e dottrinale di partenza. Tutte le letture psicologiche, operative ed esistenziali proposte nel testo sono elaborazioni originali del Corpus Sibaldianum e non devono essere attribuite a Lenain, d'Olivet, Alberto Giacometti o ad altri autori citati. Le fonti vengono utilizzate come base documentale e simbolica; le connessioni interpretative sviluppate in questo saggio costituiscono una costruzione editoriale autonoma.
Il Corpus legge il mandato di Lenain oltre il caso: la domanda non è che cosa Giacometti vedesse, ma che cosa vedi tu, e che forma sei disposto a dargli.
Prologo — Lo sgabello nel freddo
⬆️ Ascendi all'indice per navigare tra le sezioni
Quello che hai visto stamattina non ha ancora una forma che gli altri possano vedere. Perché l’abbia serve una mano, un mezzo, un tratto: qualcosa che altri possano guardare.
Il tratto, però, non è la visione. Ciò che metti sul foglio, nel testo, nel progetto è un segno. Nel Corpus, ciò che hai visto non coincide con il segno che riesci a produrne.
È qui che il Corpus introduce YeYaSeʼeL, ottavo e ultimo genio del coro delle Potestà. Lenain gli assegna «l’imprimerie et la librairie» (la stampa e la libreria) e lo fa influire sugli «hommes de lettres et les artistes» (uomini di lettere e artisti); a chi nasce sotto la sua influenza attribuisce l’amore per «la lecture, le dessin, et toutes les sciences en général» (la lettura, il disegno e tutte le scienze in generale). Sono mezzi per cui ciò che qualcuno ha visto passa a qualcun altro. La domanda che il Corpus ne ricava riguarda il punto in cui la visione deve diventare forma.
Nell’atelier parigino del dopoguerra, Alberto Giacometti ha vicino a sé persone che gli posano: il fratello Diego, la moglie Annette, e altri. La Fondation che porta il suo nome descrive la scena così: i suoi familiari e amici passano «de longues heures, assis sur un tabouret, à poser dans le froid de l’atelier» (lunghe ore, seduti su uno sgabello, a posare nel freddo dell’atelier), mentre lui dipinge o scolpisce senza tregua «avec le sentiment de ne jamais parvenir à obtenir ce qu’il voit» (con la sensazione di non riuscire mai a ottenere ciò che vede). La sensazione di non riuscire a ottenere ciò che vede è quella di Giacometti; la lunga posa è quella dei modelli.
Nel Corpus, quella sensazione è la domanda di YeYaSeʼeL portata nel punto in cui costa di più: che cosa vedi che non hai ancora messo in forma?
Parte I — Il mandato: ciò che si vede e deve arrivare ad altri
⬆️ Ascendi all'indice per navigare tra le sezioni
In questo articolo, dove si legge «il Corpus legge» o «il Corpus propone», si tratta di una lettura del Corpus: non una tesi di Lenain né di d’Olivet.
La voce che Lenain dedica al quarantesimo genio si apre con un attributo: «Dieu qui réjouit» (Dio che rallegra). Poi indica la preghiera: l’invocazione si fa dalle 13:00 alle 13:20 («depuis 1 heure du soir jusqu’à 1 heure 20 minutes»), con i nomi divini e il quindicesimo versetto del salmo 87 secondo la Vulgata: «Ut quid Domine repellis orationem meam : avertis faciem tuam à me» (Perché, Signore, respingi la mia preghiera e mi nascondi il tuo volto? — la traduzione è del Corpus). Del salmo Lenain dice che «il sert pour délivrer les prisonniers, pour avoir des consolations, et pour être délivré de ses ennemis» (serve a liberare i prigionieri, ad avere consolazioni e ad essere liberati dai nemici) (p. 72).
Poi vengono i campi del genio: «Ce génie domine sur l’imprimerie et la librairie ; il influe sur les hommes de lettres et les artistes» (p. 72). Come in altre voci, Lenain non descrive un carattere: indica ambiti. Stampa e libreria, uomini di lettere e artisti; per chi nasce sotto questa influenza, l’amore per la lettura, il disegno e le scienze.
Il Corpus legge questi ambiti insieme. Hanno in comune il fatto di essere mezzi: luoghi in cui ciò che uno ha visto prende forma e arriva a un altro. E la «joie» dell’attributo? Lenain non scrive chi sia a rallegrarsi. Il Corpus la legge come il momento in cui la forma arriva.
Le Potestà
Nel sistema seguito dal Corpus, le Potestà sono il quinto coro angelico e lavorano sotto la Sefirah Geburah, la Forza e il Limite. Il principio che le definisce, nell’articolo dedicato al coro, è il gesto del delimitare: ciò che prima traboccava deve prendere una forma precisa, essere separato, distinto da ciò che non è. Non la forza che espande. La forza che definisce.
Nel coro, ciascuno porta questo gesto in un territorio diverso:
- #33 YeḤuWYaH riconosce ciò che nel sistema lavora contro la struttura.
- #34 LeHeḤiYaH fa della clemenza una forma di forza.
- #35 KaWaQiYaH cerca la pace che nasce da una divisione stabilita con chiarezza.
- #36 MaNaDeʼeL ritrova ciò che è andato perso.
- #37 ʼANiYʼeL orienta la potenza verso la conoscenza della struttura della natura.
- #38 ḤaʿMiYaH protegge chi non smette di cercare la verità.
- #39 RaHaʿeʼeL delimita il rapporto tra ciò che si riceve e ciò che si sceglie.
- #40 YeYaSeʼeL trova la gioia del limite riconosciuto, nell’arte e nella parola.
YeYaSeʼeL è l’ottavo e ultimo. Nel coro, le altre Potestà lavorano su ciò che si riconosce, si ricompone, si conosce, si protegge, si delimita; YeYaSeʼeL lavora sul limite tra ciò che vedi e ciò che mostri: il punto in cui la visione accetta di diventare una forma, e quindi di non essere più soltanto visione. Con #41 comincia un altro coro.
Parte II — La struttura interna: Yod, Yod, Zayin
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Il nome ebraico di YeYaSeʼeL, ייזאל, si compone della sequenza Yod (י), Yod (י), Zayin (ז), seguita dal suffisso ʼeL (אל). Il suffisso ʼeL ricorre in molti dei 72 nomi; d’Olivet non lo analizza come suffisso dei nomi angelici, e il Corpus lo lascia fuori da questa sequenza. Una precisazione di metodo, valida per tutta la sezione: d’Olivet definisce le singole lettere, non questo nome. La sequenza che segue è una lettura del Corpus, costruita accostando le definizioni di La langue hébraïque restituée (1815).
Yod. Per d’Olivet la Yod è «Image de la manifestation potentielle» (immagine della manifestazione potenziale) (Grammaire hébraïque, p. 38). A p. 34 la stessa lettera è «Le doigt de l’homme, sa main étendue : tout ce qui indique la puissance ordonnatrice et qui sert à la manifester» (il dito dell’uomo, la sua mano tesa: tutto ciò che indica la potenza ordinatrice e serve a manifestarla). Due definizioni: ciò che c’è ma non si è ancora manifestato, e la mano che lo indica per manifestarlo. Il nome ripete la lettera due volte. Il Corpus propone di leggerle di seguito, la prima come il potenziale, la seconda come la mano tesa verso di esso.
Zayin. A p. 34 è «Un bâton, une flèche, un arc ; les armes, les instrumens de l’homme : tout objet allant à un but» (un bastone, una freccia, un arco; le armi, gli strumenti dell’uomo: ogni oggetto che va verso uno scopo). Nel Vocabulaire radical (p. 43) è «représenté par le javelot, le trait, la flèche, tout ce qui tend à un but» (rappresentato dal giavellotto, dal dardo, dalla freccia, da tutto ciò che tende a uno scopo). A p. 38 d’Olivet dà alla stessa lettera un’altra definizione, «Signe démonstratif : image abstraite du lien qui unit les choses» (segno dimostrativo: immagine astratta del legame che unisce le cose). Il Vocabulaire le dà entrambe nella stessa voce: «Comme symbole, il est représenté par le javelot, le trait, la flèche, tout ce qui tend à un but : comme signe grammatical, c’est le signe démonstratif» (come simbolo, è rappresentato dal giavellotto, dal dardo, dalla freccia, da tutto ciò che tende a uno scopo; come segno grammaticale, è il segno dimostrativo). Il Corpus usa la prima.
Trait, in francese, è il dardo, ed è così che lo usa d’Olivet. È anche il segno che la mano lascia disegnando. Anche nella voce della radice ZA, sempre nel Vocabulaire (p. 43), d’Olivet accosta «un trait ; un rayon lumineux ; une flèche, un reflet» (un dardo; un raggio luminoso; una freccia, un riflesso): conferma che per lui trait è il dardo. È un’altra radice, che il Corpus non analizza in questo nome. Il secondo senso, il segno del disegno, non è di d’Olivet: l’accostamento è del Corpus, ed è da qui che viene la formula dell’articolo, YeYaSeʼeL trasforma la visione in tratto.
Il Corpus legge la sequenza come un dinamismo in tre fasi, che emerge dal confronto tra le definizioni delle lettere e il mandato di Lenain. Prima ciò che c’è e non si vede ancora (Yod). Poi la mano che si tende verso di esso (Yod). Infine il dardo che parte verso uno scopo (Zayin). La sequenza compiuta: vedere, tendere la mano, lasciare che il tratto parta. Il cortocircuito: la visione resta potenziale; la mano si tende e non traccia; il tratto parte senza più rapporto con lo scopo.
Anche #22 YeYaYʼeL si apre con la Yod, e ne ha tre. In #22 tre Yod si susseguono senza la Zayin che introduce la tensione verso uno scopo; in #40 due Yod sono seguite dalla Zayin, che per d’Olivet è «tout ce qui tend à un but» (tutto ciò che tende a uno scopo).
Parte III — Il mandato in una vita: il vedere che non coincide con la mano
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Per Lenain, questa energia non resta nello sguardo: passa per mezzi che arrivano ad altri. Il Corpus cerca un caso in cui il vedere si misuri con la forma, e lo trova in Alberto Giacometti.
Giacometti nasce il 10 ottobre 1901 a Borgonovo, in Val Bregaglia, figlio del pittore Giovanni Giacometti. Durante il viaggio in Italia del 1920–21 il padre gli dice, secondo la Fondation, «Pour savoir peindre il faut apprendre à voir» (per saper dipingere bisogna imparare a vedere). Nella frase del padre, imparare a vedere è la condizione per saper dipingere. Nel gennaio 1922 Alberto è a Parigi per studiare scultura. Dal 1935 al 1940 partecipa a mostre collettive «tout en menant une recherche solitaire sur les têtes» (mentre conduce una ricerca solitaria sulle teste); secondo en.wikipedia, tra il 1936 e il 1940 concentra la scultura sulla testa umana, occupandosi dello sguardo del modello. In una lettera a Pierre Matisse del 1948, riportata da en.wikipedia, racconta che, quando voleva fare dalla memoria ciò che aveva visto, le sculture diventavano, con suo terrore, sempre più piccole.
Poi viene l’atelier del Prologo, con i posatori sullo sgabello. In un’intervista del 1962 ad André Parinaud, che la Fondation cita a proposito dei suoi inizi nella scultura, Giacometti ricorda: «D’abord j’éprouvai un plaisir extrême et j’eus l’impression que cela allait venir très facilement, que j’arriverais à faire à peu près ce que je voyais» (all’inizio provai un piacere estremo ed ebbi l’impressione che sarebbe venuto molto facilmente, che sarei arrivato a fare più o meno ciò che vedevo).
Fra ciò che pensava sarebbe venuto facilmente e la difficoltà che le fonti descrivono nel raggiungere ciò che vedeva, il Corpus legge il vedere che non raggiunge il bersaglio. «Bersaglio» viene dalla freccia di Zayin, non dalle fonti su Giacometti, che sostengono qualcosa di più semplice, un rapporto problematico tra ciò che vedeva e ciò che riusciva a rappresentare.
Che cosa fa, allora, la mano? Ricomincia. Nel 1962 Giacometti ottiene il Gran premio di scultura alla Biennale di Venezia; secondo en.wikipedia, anche a successo ottenuto continuava spesso a rifare i modelli, distruggendoli o mettendoli da parte per riprenderli anni dopo. Il Corpus legge questo rifare come il movimento stesso di YeYaSeʼeL: se il tratto non coincide con ciò che vedi, il vedere manda un altro tratto.
C’è anche il disegno. Il comunicato stampa del Centre Pompidou per la mostra Alberto Giacometti, le dessin à l’œuvre gli attribuisce questa frase: «Ce qu’il faut dire, ce que je crois, c’est que, qu’il s’agisse de sculpture ou de peinture, il n’y a que le dessin qui compte» (quello che bisogna dire, quello che credo, è che, si tratti di scultura o di pittura, conta soltanto il disegno), senza data né fonte primaria. Lenain scrive «le dessin»: la coincidenza è di lessico.
L’attributo di Lenain è «Dieu qui réjouit», che il Corpus legge come il momento in cui la forma arriva ad altri. Il caso di Giacometti mostra il passaggio che lo precede: la forma che continua a ricominciare.
Parte IV — L’ombra: la mano che non si apre o non si ferma
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Lenain descrive così il genio contrario: «Le mauvais génie domine toutes les mauvaises qualités du corps et de l’âme ; il influe sur les esprits sombres et ceux qui fuient la société» (il genio cattivo domina tutte le cattive qualità del corpo e dell’anima; influisce sugli spiriti cupi e su chi fugge la società) (pp. 72–73).
Il Corpus legge l’ombra dell’energia con la sequenza di Parte II. Il primo cortocircuito è la Yod che non diventa mano: vedi e non tracci, e nessun tratto parte. La visione resta nella testa, e ogni volta sembra troppo grande per essere iniziata. Il secondo è meno visibile. Il tratto parte, ma ricomincia sempre: la forma viene rimessa in discussione prima di essere considerata conclusa. Il rifare, che in Parte III è il movimento stesso, può smettere di avvicinare e servire a non mostrare. Dall’esterno le due cose si somigliano. La differenza è nella direzione: nel primo caso la mano si ritira dalla forma; nel secondo la forma viene continuamente ritirata prima di essere consegnata agli altri.
Le fonti non dicono in quale dei due casi cadesse Giacometti: dicono che continuò a rifare anche a successo ottenuto, e non dicono perché.
Ti riguarda più da vicino di quanto sembri. Ogni volta che rimandi un lavoro perché non è ancora quello che vedi; ogni volta che lo togli dalla vista di tutti perché non gli assomiglia: la domanda è se stai rifacendo per avvicinarti, o per non far vedere.
Parte V — La vocazione: il gesto che resta
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Il Corpus legge la vocazione di YeYaSeʼeL come una struttura che dura: vedere, tendere la mano, lasciare un tratto, guardare di nuovo. Lenain dice che chi nasce sotto questa influenza amerà «la lecture, le dessin, et toutes les sciences en général».
Il caso di Giacometti offre un dettaglio che il Corpus sottolinea. Il padre gli ha detto che per dipingere bisogna imparare a vedere. Alberto continua, anche a successo ottenuto, a verificare che cosa vede. Le fonti consultate non registrano un punto in cui la verifica finisca.
Guardi ciò che hai davanti, tendi la mano, lasci un tratto; poi guardi ancora, e la mano riprende da dove il tratto si era fermato.
Segnali
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L’energia di YeYaSeʼeL si rafforza quando ciò che vedi trova un mezzo per arrivare a qualcuno. I segnali che seguono lavorano su questo: non sull’ispirazione che arriva, ma sul tratto che parte.
Segnali che la struttura è attiva
- Quando vedi qualcosa che non c’è ancora — un modo di dire una cosa, una forma, una soluzione — lo annoti subito, anche in una riga, prima che si sciolga.
- Lasci un primo tratto anche quando sai che non coincide con ciò che vedi, e lo consideri un punto di partenza.
- Sai dire a chi è destinato ciò che stai facendo: un lettore, un osservatore, una persona precisa.
- Riprendi un lavoro per avvicinarti a ciò che vedevi, e di solito sai dire che cosa è cambiato tra una versione e l’altra.
- Mostri una forma non ancora perfetta a qualcuno, e il suo sguardo ti serve più di quanto ti spaventi.
- Il disegno, la parola scritta, lo schema, la pagina stampata: hai almeno un mezzo con cui ciò che vedi diventa visibile per altri.
Segnali che il cortocircuito è attivo
- Hai molte visioni e pochi tratti: ciò che vedi resta nella testa, e ogni volta sembra troppo grande per essere iniziato.
- Hai elencato difetti, impegni e doveri così a lungo che il momento di tracciare non arriva mai.
- Riprendi lo stesso lavoro da capo e, se ti chiedono perché, la risposta è che non è ancora quello che vedevi, senza una data in cui potrebbe esserlo.
- Quando qualcuno guarda ciò che hai fatto, lo ritiri prima che finisca di guardarlo.
- Misuri ciò che hai fatto soltanto con l’approvazione di molti, oppure soltanto con la certezza di essere incompreso.
Esercizi — Lavorare con l’energia
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YeYaSeʼeL lavora sul passaggio dalla visione al tratto. Gli esercizi che seguono sono strumenti di lettura della tua esperienza, non tecniche: chiedono di osservare e di tracciare, senza pretendere che il risultato assomigli a ciò che vedi. La direzione è la stessa in tutti: dal vedere alla forma consegnata.
1. Il registro del visto
Per una settimana annota, in una riga, ciò che vedi e non ha ancora una forma: un’immagine, un giro di frase, un’idea di come potrebbe essere un’altra cosa. Non svilupparla e non correggerla. D’Olivet definisce la Yod «Image de la manifestation potentielle» (immagine della manifestazione potenziale); il Corpus vi legge il punto di partenza: ciò che c’è e non si è ancora manifestato. Il registro serve a non perderlo prima di sapere che cosa farne.
2. La mano tesa
Scegli una voce del registro e lasciane un tratto: tre righe, uno schizzo, uno schema, in un tempo breve che decidi prima. Nessuna correzione prima della fine. È la Yod come la dà d’Olivet a p. 34, «sa main étendue : tout ce qui indique la puissance ordonnatrice et qui sert à la manifester» (la sua mano tesa: tutto ciò che indica la potenza ordinatrice e serve a manifestarla), letta dal Corpus come il gesto che porta il potenziale verso la forma. L’esercizio consiste nel tracciare, non nel riuscire.
3. Il dardo e lo scopo
Per il tratto che hai lasciato scrivi una riga: a chi o a che cosa tende? D’Olivet scrive della Zayin «tout ce qui tend à un but» (tutto ciò che tende a uno scopo). Un destinatario, uno scopo, un luogo in cui potrebbe arrivare: bastano poche parole. Il giorno dopo rileggi la riga e guarda se il tratto va ancora in quella direzione. Se non va, è un’informazione sul tratto, non su di te.
4. La consegna
Prendi un lavoro che stai rifacendo da tempo e rispondi per iscritto a una domanda: quando lo mostrerai, e a chi, così com’è? Lenain assegna a YeYaSeʼeL «l’imprimerie et la librairie» (la stampa e la libreria); il Corpus vi legge mezzi in cui una forma, una volta uscita, passa ad altri. Ne ricava un criterio di osservazione: rifacevi per avvicinarti a ciò che vedi, oppure per non consegnare? La risposta non decide per te; rende visibile in quale dei due casi sei.
Domande — Per portare l’energia nel quotidiano
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- Che cosa vedi, in questo momento, che non hai ancora messo in forma?
- Quale mezzo hai a disposizione per portarlo ad altri — un foglio, una pagina, una voce, un disegno — e quale non hai ancora provato?
- Quando ciò che fai non coincide con ciò che vedi, che cosa fai: lasci un altro tratto, oppure smetti di tracciare?
- Quando riprendi un lavoro da capo, lo fai perché vedi una direzione, o perché non vuoi che qualcuno lo veda ancora?
- A chi sta andando, in concreto, il tratto che hai appena lasciato?
- Quale misura usi per decidere che una forma non è ancora quella giusta, e da dove viene?
- Che cosa ti rallegra davvero in ciò che fai: il momento in cui vedi, il momento in cui tracci, o il momento in cui qualcuno guarda?
Affermazioni operative
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Le affermazioni che seguono non sono suggestioni. Sono formulazioni da leggere lentamente, una alla volta, lasciando che ciascuna trovi il suo posto prima di passare alla successiva. L’effetto non è immediato — è cumulativo.
Ciò che vedo merita di essere guardato fino in fondo. Il mio primo tratto non è ciò che ho visto, ed è il punto da cui parto. Tendo la mano verso ciò che vedo. Rifaccio per avvicinarmi, non per sottrarmi allo sguardo di altri. Do a ogni tratto uno scopo e un destinatario. Posso mostrare una forma prima che sia finita. Distinguo il rifare che avvicina dal rifare che ritira. YeYaSeʼeL trasforma la visione in tratto. Questa struttura opera in me oggi.
Invocazione
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L’invocazione non è una preghiera rivolta a un’entità esterna. È un atto di riorientamento interiore — il nome di YeYaSeʼeL designa una struttura che già appartiene a chi la pronuncia. Si riattiva ciò che è già presente, non si chiede un dono dall’esterno.
YeYaSeʼeL, quarantesimo genio, ottava Potestà —
Riconosco ciò che vedo e non ha ancora forma.
Porto con me la domanda: che cosa vedo che non ho ancora messo in forma?
Tendo la mano verso di esso e lascio un tratto, anche quando non coincide.
Accolgo lo scarto tra ciò che vedo e ciò che traccio come un modo di guardare di nuovo.
Scelgo di rifare per avvicinarmi, e di consegnare ciò che ho fatto a chi può vederlo.
Mi affido al movimento che il Corpus legge nel nome: la visione, la mano tesa, il dardo che tende a uno scopo.
YeYaSeʼeL trasforma la visione in tratto. Questa struttura opera in me oggi.
In sintesi
⬆️ Ascendi all'indice per navigare tra le sezioniNodo energetico: ciò che vedi non coincide con ciò che riesci a mostrare, e senza un tratto la visione resta potenziale.
Trasformazione richiesta: tendere la mano e lasciare un tratto con uno scopo e un destinatario, e riprenderlo per avvicinarsi a ciò che vedi, finché arriva a qualcuno.
Errore più comune: scambiare il rifare che avvicina con il rifare che ritira la forma prima che sia vista.
Domanda da portare con sé: che cosa vedi che non hai ancora messo in forma?
Epilogo — La misura del tratto
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Forse la prova più difficile arriva dopo il tratto: quando ciò che hai fatto esce dalle tue mani e diventa visibile per altri. Una pagina letta, un disegno guardato, un’idea ascoltata: nessuno la vede come l’hai vista tu, e non può essere diversamente. Nella lettura del Corpus, YeYaSeʼeL attraversa proprio questo passaggio: ciò che vedi cambia, nel momento in cui lo mostri, in qualcosa che altri guardano.
Il versetto che Lenain prescrive per questo genio parla di uno sguardo che non incontra ciò che cerca: «Ut quid Domine repellis orationem meam : avertis faciem tuam à me» (Perché, Signore, respingi la mia preghiera e mi nascondi il tuo volto? — la traduzione è del Corpus). Il Corpus lo legge come figura di questo sguardo.
Resta una domanda, e riguarda l’origine: da dove viene la misura con cui decidi che ciò che hai fatto non è ancora ciò che vedi?
Domande frequenti
⬆️ Ascendi all'indice per navigare tra le sezioniChe cosa governa YeYaSeʼeL secondo Lenain?
Nella voce del quarantesimo genio Lenain indica come attributo «Dieu qui réjouit» (Dio che rallegra) e gli assegna un campo di influenza: «Ce génie domine sur l’imprimerie et la librairie ; il influe sur les hommes de lettres et les artistes» (p. 72). A chi nasce sotto questa influenza attribuisce l’amore per la lettura, il disegno e tutte le scienze. Il salmo che accompagna l’invocazione serve, scrive Lenain, a liberare i prigionieri, ad avere consolazioni e a essere liberati dai nemici. Lenain non descrive un carattere: indica ambiti.
Qual è il cortocircuito di YeYaSeʼeL?
Lenain descrive soltanto il genio contrario, che domina le cattive qualità del corpo e dell’anima e influisce sugli spiriti cupi e su chi fugge la società. Il Corpus legge il cortocircuito dell’energia come un meccanismo, non come una colpa: la visione che resta potenziale, la mano che si tende e non traccia, il tratto che viene sempre ritirato prima di essere consegnato.
Perché Alberto Giacometti?
È una scelta del Corpus, non di Lenain, d’Olivet o Sibaldi. Giacometti nacque il 10 ottobre 1901, dentro il periodo 9–13 ottobre di Sibaldi; non cade invece nei giorni di reggenza indicati da Lenain, e l’articolo dichiara la differenza. La sua vicenda permette di osservare il rapporto tra ciò che si vede e ciò che si riesce a mostrare. I fatti biografici vengono da fonti di livello 2, indicate in «Fonti e riferimenti».
Che posto occupa YeYaSeʼeL nel coro e in relazione con le altre energie?
È l’ottavo e ultimo genio del coro delle Potestà (#33–#40), dopo RaHaʿeʼeL (#39); con #41 HaHaHeʼeL si apre un altro coro. Nel coro, YeYaSeʼeL lavora sul limite tra ciò che vedi e ciò che mostri. Con YeYaYʼeL (#22) condivide l’apertura con la Yod, e Sibaldi lo indica insieme a LeWuWiYaH (#19) come Angelo degli artisti.
Gli articoli sulle altre energie citate — #9 HaSiYʼeL e #13 YaSaLeʼeL — sono disponibili nell’Archivio e in migrazione verso questa piattaforma.
Fonti e riferimenti
⬆️ Ascendi all'indice per navigare tra le sezioniFonti primarie ottocentesche
- Lazare Lenain, La Science Cabalistique, Amiens, 1823 — voce del genio n. 40 (pp. 72–73: attributo, salmo, invocazione, ambiti, genio contrario, giorni di reggenza morale); reggenza fisica (p. 29); voce del genio n. 33 (p. 66: appartenenza al coro delle Potestà).
- Antoine Fabre d’Olivet, La langue hébraïque restituée, Paris, 1815 — Grammaire hébraïque: tavola delle immagini (p. 34: Yod, Zayin), Yod e Zayin (p. 38); Vocabulaire radical, voce Zayin (p. 43).
Opere di Alberto Giacometti citate
Alberto Giacometti (Borgonovo, 10 ottobre 1901 – Coira, 11 gennaio 1966)
- «Pourquoi je suis sculpteur. Entretien avec André Parinaud», Arts, n. 873, Paris, 13 giugno 1962 — citata attraverso la Fondation Giacometti.
- Lettre à Pierre Matisse, in catalogo della mostra, Pierre Matisse Gallery, New York, 1948 — riportata attraverso en.wikipedia.
- Dichiarazioni sul disegno — riportate dal comunicato stampa del Centre Pompidou, senza data né fonte primaria.
Alberto Giacometti su Wikipedia
Riferimenti storici e critici consultati
- Fondation Giacometti — Alberto Giacometti — percorso biografico; descrizione dell’atelier; citazione dell’intervista del 1962.
- Alberto Giacometti — Wikipedia (en) — anni 1936–1940, rifacimento dei modelli, lettera a Pierre Matisse.
- Centre Pompidou, Alberto Giacometti, le dessin à l’œuvre, comunicato stampa, 2001 — PDF.
- Sitterwerk, bibliografia degli scritti di Giacometti — PDF — titolo e data dell’intervista del 1962 e della lettera a Pierre Matisse.
Opere di Igor Sibaldi
Corsi e Approfondimenti
Disclaimer
⬆️ Ascendi all'indice per navigare tra le sezioniQuesto articolo è una rielaborazione personale, sviluppata come progetto di studio simbolico, filologico e di crescita personale. Si basa su fonti storiche di pubblico dominio — Lazare Lenain, La Science Cabalistique (1823) e Antoine Fabre d’Olivet, La langue hébraïque restituée (1815) — e, per il sistema operativo dei nomi angelici, sull’opera di Igor Sibaldi; il personaggio storico di Alberto Giacometti è ricostruito da fonti biografiche e documentarie indicate in «Fonti e riferimenti». Le informazioni presentate hanno finalità evolutive e non sostituiscono percorsi professionali, terapeutici o religiosi qualora necessari.
Il sistema di traslitterazione dei nomi angelici, le corrispondenze zodiacali e l’inquadramento nel coro delle Potestà si fondano sul lavoro di Igor Sibaldi. Il Corpus Sibaldianum assume questo sistema come punto di partenza operativo e lo rilegge attraverso il confronto con le fonti ottocentesche e con una propria elaborazione simbolica. Ogni articolo distingue quattro livelli: la fonte storica (Lenain), l’analisi filologica (Fabre d’Olivet), il sistema operativo contemporaneo (Igor Sibaldi) e l’elaborazione originale del Corpus Sibaldianum. Quando questi livelli vengono messi in dialogo o integrati tra loro, il testo lo dichiara esplicitamente.
Il testo non è stato scritto, approvato o rivisto da Igor Sibaldi.
Le citazioni in caporali («») riproducono passi testuali di Lenain, Fabre d’Olivet, Alberto Giacometti e delle fonti che lo riportano; le traduzioni italiane tra parentesi sono del Corpus. Tutte le altre interpretazioni e formulazioni — letture psicologiche, operative ed esistenziali sviluppate al di fuori della Doppia Lente — sono elaborazioni originali del Corpus Sibaldianum e non devono essere attribuite alle fonti citate.
Vista la natura di questo lavoro — che mette in dialogo fonti ottocentesche in lingua originale e una loro rielaborazione contemporanea — possono essere presenti imprecisioni o refusi, nonostante ogni sforzo di verifica. Ogni segnalazione è benvenuta: contribuisce a rendere il Corpus, articolo dopo articolo, sempre più preciso. Puoi scrivere a info@sipuouscirnecrescendo.com.
Glossario — Dall’Ottocento a oggi
→ Glossario del Corpus — voci complete e trasversali a tutte le energie.
Dardo e tratto («le trait»)
Ottocento (d’Olivet): «représenté par le javelot, le trait, la flèche, tout ce qui tend à un but» — d’Olivet, Vocabulaire radical, 1815, p. 43. / rappresentato dal giavellotto, dal dardo, dalla freccia, da tutto ciò che tende a uno scopo.
Lettura moderna: in d’Olivet trait è il dardo. In francese è anche il segno che la mano lascia disegnando. Il secondo senso non è di d’Olivet: l’accostamento è del Corpus, e da qui viene la formula dell’articolo.
Stampa e libreria («l’imprimerie et la librairie»)
Ottocento (Lenain): «Ce génie domine sur l’imprimerie et la librairie» — Lenain, La Science Cabalistique, 1823, p. 72. / Questo genio domina sulla stampa e sulla libreria.
Lettura moderna: Lenain indica un ambito, non un mestiere da imitare. Il Corpus lo legge come uno dei mezzi in cui ciò che qualcuno ha visto passa ad altri. È una lettura del Corpus, non una tesi di Lenain.
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