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In questo articolo:
- Prologo
- Parte I — Che cos’è un luogo
- Parte II — La feritoia
- Parte III — Nel ventre
- Parte IV — Il lupo
- Epilogo
- Fonti e riferimenti
Prologo

La poesia che segue è pubblicata con il consenso dell’autrice. Le riflessioni che l’accompagnano non intendono spiegarla né esaurirne il significato: propongono semplicemente una possibile lettura, nata dal dialogo con il metodo simbolico di Igor Sibaldi.
Sono tornata in quei luoghi dove non sapevo più stare. Feritoia aperta, rossa come labbra che non sapevo usare..quante volte le ho morse! I piedi affondano nella carne rossa,morbida, accogliente,calda…non è ferita, è sana e pronta ad accogliere carezze e dar vita a nuove voci. C’era una volta… Che mani grandi!? Che piedi grandi!? Che bocca grande!? Che occhi grandi!? molto più grandi di me… Ora ho imparato a restare!
B.L.C.
Alcuni testi non chiedono di essere spiegati. Chiedono soltanto di essere attraversati.
Ti è mai capitato di evitare un posto — non fisico, ma interiore — per anni, senza nemmeno sapere che esisteva? Un luogo di te stesso che non compariva nelle tue mappe perché avevi imparato, molto presto, a non tracciarlo. Non per scelta deliberata. Per qualcosa che si era formato molto prima che tu potessi dargli un nome.
Non era una paura evidente. Era qualcosa di più silenzioso. Ogni volta che ti avvicinavi a quel luogo, qualcosa ti faceva cambiare direzione. E quel luogo, poco alla volta, è uscito dalla tua geografia interiore.
Oppure: ti sei trovato in un momento della vita in cui qualcosa si era rotto — un progetto, una relazione, una certezza — e hai scoperto che il luogo più difficile da abitare non era fuori. Era dentro. Era un territorio di te stesso che non sapevi più riconoscere come tuo.
Forse è questo il luogo in cui la poesia di B.L.C. incontra anche noi. Non ci offre una risposta. Ci lascia una domanda: come si torna in un luogo interiore dove non si sapeva più stare?
⬆️ Ascendi all'indice per navigare tra le sezioniParte I — Che cos’è un luogo

«Sono tornata in quei luoghi dove non sapevo più stare.»
Il primo verso contiene già il movimento dell’intera poesia. C’è un ritorno — quindi c’è stato un allontanamento. C’è un non sapere stare — quindi c’è stata un’impossibilità, non una scelta. E c’è soprattutto un avverbio: più. Non dice «non sapevo stare». Dice «non sapevo più stare». Da qualche parte, prima, quel luogo era ancora mio.
Ma prima ancora di chiedersi cosa sia cambiato, vale la pena fermarsi sulla parola più semplice del verso. Quella che sembra ovvia e non lo è.
Luoghi.
Che cos’è un luogo?
La risposta immediata è geografica: una stanza, una città, una casa dell’infanzia. Ma chiunque abbia vissuto un momento di crisi profonda sa che i luoghi più difficili da abitare non hanno un indirizzo. Sono interni. Modi di sentirsi, spazi della propria identità, intensità emotive che a un certo punto si è smesso di frequentare — non per dimenticanza, ma per una forma di protezione silenziosa. Non guardarli significava non soffrire. O almeno, così sembrava.
Igor Sibaldi propone un’immagine che può aiutare a capire come questo accade. In diverse opere descrive quella che chiama la caverna personale — un cappuccio che scende sulla fronte e limita lo sguardo, come quello di Cappuccetto Rosso: «non è un cappuccio la ם (Mem finale) dell’ ’adam?», si chiede in Il Mondo Invisibile. La ם è una lettera che in ebraico cambia forma a seconda della posizione nella parola. Quando chiude la parola — come in ’adam (אדם) — diventa un quadrato sigillato: l’involucro che isola la mente entro un confine sicuro. Quando la parola si apre — come in ’adamah (אדמה), con l’aggiunta della lettera He (ה), geroglifico dell’invisibile — la Mem non si trova più in posizione finale e muta nella sua forma aperta מ: il quadrato sigillato si incrina, appare una fessura. L’involucro che si apre al di là di ciò che già si conosce.

Quel limite percettivo restringe il campo di ciò che riusciamo a vedere, a sentire, a riconoscere come proprio. Non è un difetto. È qualcosa che si forma presto, spesso nell’infanzia, quando certi spazi di noi stessi — certi modi di essere, certe intensità, certi talenti — vengono percepiti come troppo grandi, troppo esposti, troppo difficili da sostenere nel contesto in cui si cresce.
E allora si impara a non andarci.
Succede presto. Qualcosa di noi scopre che, per essere accolto, deve restringersi. Il bambino troppo esuberante che impara a contenere la propria intensità perché l’ambiente intorno non regge. La bambina troppo silenziosa che impara a non fare domande perché le domande non erano benvenute. Non una decisione. Un adattamento.
Non sempre con una decisione consapevole. A volte è qualcosa di più sottile: un aggiustamento progressivo, un restringimento graduale del perimetro di ciò che ci sembra abitabile. Ciò che un tempo era nostro diventa un territorio dove non si sa più stare. Non perché sia cambiato. Perché è cambiato il confine di ciò che ci sentiamo in grado di contenere.
La poesia di B.L.C. parte esattamente da qui. Da un ritorno. Qualcuno torna in uno di quei luoghi, senza sapere ancora che cosa vi troverà.
⬆️ Ascendi all'indice per navigare tra le sezioniParte II — La feritoia

«Feritoia aperta, rossa come labbra che non sapevo usare — quante volte le ho morse.»
La poesia non parla di una ferita che sanguina. Parla di un’apertura.
È un’immagine sorprendente. Una feritoia è un taglio stretto nel muro di un bastione — non una finestra, non una porta. È un’apertura che nasce dalla difesa, non dall’accoglienza. Progettata per guardare fuori restando protetti, per difendersi senza esporsi. Chi sta dentro vede, ma non può essere visto. Comunica, ma solo attraverso uno spazio ridotto al minimo.
E questa feritoia è rossa. Come labbra.
Le labbra sono uno dei primi luoghi dell’espressione — il punto in cui la voce incontra il mondo. Ma qui sono una feritoia: un’apertura che ha imparato a difendersi riducendo al minimo il passaggio. Non è mutismo. È qualcosa di più preciso: una voce che esiste, ma che è stata addestrata a non uscire. Mordersi le labbra è uno dei gesti con cui il corpo sembra trattenere una tensione che non trova altra uscita.
«Quante volte le ho morse.»
Non una volta. Non un’abitudine recente. Quante volte — un gesto ripetuto, automatico, che appartiene a un tempo lungo. Mordersi le labbra è trattenere. È l’energia che cerca un’uscita e non la trova, e allora si volta. Diventa pressione interna. Si rivolge verso il corpo stesso.
Qui può entrare in dialogo una delle immagini più ricorrenti nel lavoro di Igor Sibaldi. Parlando dell’ombra — quella parte di noi che non abbiamo potuto esprimere — dice: «L’ombra t’intralcia usando l’energia che non usi.» Non crea forze nuove: usa esattamente quelle che avrebbero potuto andare altrove. Le labbra morse entrano in risonanza con questa immagine: l’energia che avrebbe potuto diventare voce, parola, espressione — che invece rimane dentro e preme.
Ma c’è un dettaglio che cambia tutto.
La feritoia è aperta.
Non chiusa. Non murata. Aperta. Rossa, sì — ma aperta. Si può leggere in questo il primo movimento della poesia: non la descrizione di una prigione, ma di un varco. Stretto, difficile, segnato dal tempo — ma percorribile.
⬆️ Ascendi all'indice per navigare tra le sezioniParte III — Nel ventre

«I piedi affondano nella carne rossa, morbida, accogliente, calda — non è ferita, è sana e pronta ad accogliere carezze e dar vita a nuove voci.»
Qualcosa cambia.
Non gradualmente. Non con una transizione preparata. La poesia compie un movimento brusco — dalle labbra morse, dalla feritoia, dalla difesa — verso qualcosa di completamente diverso. I piedi. La carne. Il calore.
È un cambio di direzione sensoriale: dalla testa verso il basso, dalla parola trattenuta verso il corpo che tocca terra. E il rosso — lo stesso rosso della feritoia, lo stesso rosso delle labbra — è ancora lì. Ma non è più lo stesso.
«Non è ferita, è sana.»
La poesia non spiega come questo sia accaduto. Non c’è un passaggio logico, non c’è una causa dichiarata. C’è semplicemente un’affermazione: quella stessa materia che prima sembrava una lesione si rivela territorio vivo. La carne rossa non è il segno di qualcosa che si è rotto. È il segno di qualcosa che pulsa.
Per alcuni lettori questi versi possono richiamare una delle immagini iniziatiche più antiche delle fiabe europee. In alcune letture simboliche della fiaba, una chiave di lettura possibile, il ventre del lupo non è una tomba: è una camera buia, chiusa, in cui qualcosa di essenziale può finalmente avvenire. Fuori dal controllo degli altri. Fuori dal rumore del mondo ordinario. In quello spazio che dall’esterno sembra distruzione, e dall’interno si rivela — sorprendentemente — accoglienza.
«Morbida, accogliente, calda.»
Tre aggettivi che non appartengono al vocabolario della ferita. Appartengono al vocabolario dell’accoglienza, della protezione, della vita che contiene. Non è un caso che la poesia li accosti alla carne rossa senza mediazione: non c’è contraddizione da risolvere, c’è una percezione nuova da abitare. Lo stesso luogo. Una presenza diversa in esso.
Nel capitolo dedicato a Cappuccetto Rosso in Il Mondo Invisibile, Sibaldi scrive che «nessun problema richiede di essere risolto; i problemi vanno invece superati». La poesia non ragiona su questo. Lo mostra. I piedi che affondano nella carne non stanno cercando una via d’uscita. Stanno scoprendo che il luogo in cui si trovano non è quello che sembrava dall’esterno.
E da quel luogo — sano, vivo, pronto — nascono nuove voci.
Le stesse labbra che nella feritoia non riuscivano a diventare voce. Lo stesso rosso che prima era trattenuto. Ma qualcosa, nel frattempo, si è mosso.
Non il luogo. Chi lo abita.
⬆️ Ascendi all'indice per navigare tra le sezioniParte IV — Il lupo

«C’era una volta… / Che mani grandi!? / Che piedi grandi!? / Che bocca grande!? / Che occhi grandi!? / molto più grandi di me…»
La fiaba entra nella poesia senza preavviso.
Non come citazione, non come riferimento esplicito. Come irruzione. Tre parole — c’era una volta — e il registro cambia completamente. Siamo usciti dal corpo caldo, dal luogo del superamento, e siamo di colpo in un’altra dimensione: quella del racconto, della memoria, di qualcosa che appartiene a un tempo lontano.
E poi le domande. O forse non sono domande. Sono constatazioni con il punto interrogativo: che mani grandi, che piedi grandi, che bocca grande, che occhi grandi. Non c’è stupore. C’è riconoscimento. Qualcuno che ha già visto tutto questo, che lo ricorda con una precisione che non lascia spazio al dubbio.
Molto più grandi di me.
È la frase che contiene tutto. Non descrive un pericolo esterno. Descrive una sproporzione. Qualcosa — o qualcuno — percepito come incomparabilmente più grande di chi guarda. Una grandezza che non lascia posto. Che occupa tutto il campo visivo. Che riduce chi la incontra a qualcosa di minuscolo, di insufficiente, di incapace di reggere il confronto.
Se si guarda questa scena attraverso la lente proposta da Sibaldi, il lupo può essere letto non come un nemico esterno, ma come quella parte di noi la cui grandezza ci ha spaventati. È la stessa dinamica descritta nella Parte II: «L’ombra t’intralcia usando l’energia che non usi.» Nell’uso che Sibaldi fa del concetto di ombra, essa non coincide semplicemente con ciò che abbiamo di peggio: può indicare anche ciò che è rimasto escluso, una parte della nostra energia che non ha trovato una forma riconosciuta. Non per debolezza — per necessità. Perché quella grandezza era, appunto, molto più grande di ciò che il contesto intorno a noi riusciva a contenere.
E allora la si è lasciata fuori. O dentro — ma senza riconoscerla come propria.
Il dialogo con il lupo nella fiaba — che occhi grandi hai, che bocca grande hai — è uno dei momenti più antichi della letteratura europea. È il momento in cui la protagonista guarda finalmente il lupo da vicino. Non è un interrogatorio. È un riconoscimento progressivo. Una misurazione, verso per verso, di qualcosa che prima era stato solo percepito come minaccia.
Nella poesia di B.L.C. questo momento arriva dopo il ventre — dopo la carne sana, dopo le nuove voci. Non prima. È importante. Il lupo non appare all’inizio, quando si era ancora nella feritoia. Appare quando si è già trovato un terreno sotto i piedi. Come se solo da quel luogo più stabile fosse possibile guardarlo.
⬆️ Ascendi all'indice per navigare tra le sezioniEpilogo

«Ora ho imparato a restare.»
Non imparare ad andare. Imparare a restare.
È un ribaltamento. Quasi tutto ciò che viene insegnato sull’evoluzione personale parla di movimento — andare avanti, superare, lasciarsi alle spalle. Il verbo che si usa è sempre lo stesso: andare. Andare oltre, andare altrove, andare verso qualcosa di nuovo.
Qui il verbo è diverso.
Restare non è l’opposto del movimento. È qualcosa di più difficile. È la capacità di stare in un luogo — anche quando quel luogo è scomodo, anche quando ogni istinto dice di spostarsi — senza che la presenza lì dentro diventi insostenibile. È una competenza. E come ogni competenza, si impara. Non si trova. Non si riceve. Si impara — con il tempo, con le decisioni, con le ricadute, con i ritorni.
«Ho imparato» — non «ho capito». Non «ho guarito». Non «ho superato». Imparato è una parola che contiene tutto ciò che non è ancora definitivo, tutto ciò che ha richiesto tentativi, tutto ciò che può ancora essere messo alla prova, e modificato.
Nel sistema simbolico di Sibaldi, uscire dal ventre non significa tornare al punto di partenza. Significa lasciare sul pavimento ciò che apparteneva alla forma vecchia — l’involucro che non serve più — e uscire trasformati. Non guariti. Trasformati. La differenza non è semantica: chi guarisce torna a come era prima. Chi si trasforma non torna indietro. Recupera una parte di sé che aveva smesso di abitare — e da quel luogo ritrovato ricomincia a guardare.
La poesia non dice che i luoghi sono cambiati. Dice che lei ha imparato a starci.
È esattamente il nodo che questo articolo ha cercato di abitare fin dall’inizio: esistono luoghi interiori da cui possiamo fuggire per anni. La trasformazione non consiste nel trovarne altri. Consiste nel poter finalmente restare.
«Ora ho imparato a restare!»
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Fonti e riferimenti
Opere di Igor Sibaldi
- Libro degli Angeli — Igor Sibaldi — Sperling & Kupfer per Frassinelli. Riferimento per il concetto di ombra come talento escluso e per la lettura simbolica del sistema angelologico.
- Libro degli Angeli e dell’Io Celeste — Igor Sibaldi — Sperling & Kupfer per Frassinelli. Riferimento per la struttura dell’io e la caverna personale.
- Al di là del Deserto — Igor Sibaldi — Sperling & Kupfer per Frassinelli. Riferimento per l’immagine di Cappuccetto Rosso come struttura iniziatica e per il superamento dell’involucro.
- Vocabolario — Igor Sibaldi — Anima Edizioni. Riferimento per la definizione operativa dell’ombra.
- Il Mondo Invisibile, cap. «Cappuccetto Rosso va a caccia» — Igor Sibaldi — Sperling & Kupfer per Frassinelli. Fonte per: caverna personale/’adam, ventre del lupo come camera iniziatica, il superamento come alternativa alla risoluzione.
Testi citati in dialogo
- La fiaba di Cappuccetto Rosso — nelle versioni tradizionali europee (Perrault, Grimm) e nelle letture simboliche che ne esplorano la struttura iniziatica.
La poesia
- Luoghi — B.L.C. Pubblicata con il consenso dell’autrice.
Articoli del Corpus Sibaldianum
- L’Ombra nel Metodo di Igor Sibaldi — approfondimento sul concetto di ombra nel sistema sibaldiano.
Disclaimer
Questo articolo è una rielaborazione personale, a fini di studio e divulgazione, basata sugli insegnamenti di Igor Sibaldi e sugli autori citati in fonti — ed è proposto come strumento di crescita personale. Le informazioni presentate hanno finalità evolutive e non sostituiscono percorsi professionali, terapeutici o religiosi qualora necessari.
Il testo non è stato scritto, approvato o rivisto da Igor Sibaldi né dagli altri autori citati. Le interpretazioni, le sintesi e le integrazioni sono responsabilità esclusiva dell’autore e non riflettono necessariamente in modo letterale il pensiero degli autori di riferimento.
Le citazioni dirette sono indicate tra caporali «»; tutte le altre formulazioni sono rielaborazioni e interpretazioni personali dell’autore.
Luoghi è pubblicata con il consenso esplicito dell’autrice, B.L.C. Il testo poetico è riprodotto integralmente e senza modifiche.
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