Approfondimento

Perché gli angeli finiscono in ʼEL o in YaH? Le due famiglie dei 72 nomi

5 luglio 2026 · Tempo di lettura: 9 min

Schema: ʼEL e YaH, i due cognomi degli angeli — dall'Esodo al nome, le due energie complementari, la sintesi della maturità.

Un cognome, non un dettaglio

Ogni angelo dei 72 ha un nome che si compone in due parti. La prima — tre lettere ebraiche — viene dalle stesse fonti da cui deriva tutto il sistema: un procedimento di lettura incrociata su un passaggio dell’Esodo. La seconda parte, quella che chiude il nome, non è mai casuale: è sempre uno di due suffissi, ʼEL oppure YaH.

Nella lettura di Igor Sibaldi, questo non è un dettaglio linguistico. È un’indicazione precisa — quasi un’etichetta di fabbrica — sul tipo di energia che quell’angelo porta. Un “cognome”, per usare il termine che Sibaldi stesso applica a questi suffissi: qualcosa che si eredita, che dice a quale famiglia si appartiene.

Le due famiglie sono radicalmente diverse. E la differenza tra loro attraversa in profondità il modo in cui una persona si muove nel mondo — se costruisce cose nuove, o se raffina ciò che già esiste.

Il nucleo comune: tre lettere dall’Esodo

Prima di arrivare al cognome, vale la pena capire da dove viene il “nome di battesimo” di ciascun angelo — perché il cognome, da solo, non basta a distinguerli.

Secondo il metodo che Sibaldi eredita dalla tradizione cabalistica, i 72 nomi nascono da tre versetti dell’Esodo — il passaggio del Mar Rosso — letti con una tecnica particolare: il primo versetto normalmente, il secondo al contrario, il terzo di nuovo normalmente. Ogni versetto contiene 72 lettere ebraiche; incrociandole si ottengono 72 sequenze di tre lettere ebraiche, che diventano il nucleo di ciascun nome.

A questo nucleo si aggiunge poi, sempre, uno dei due cognomi. La struttura è fissa: [tre lettere ebraiche] + [ʼEL o YaH] = nome angelico completo. Il cognome non decora il nome — lo qualifica. Dice in che direzione quell’energia si muove.

Schema: come si forma un nome angelico — tre lettere ebraiche più il cognome ʼEL o YaH, con le qualità che ciascuna delle due energie porta

ʼEL: la forza del Divenire

ʼEL deriva da ʼElohiym — uno dei nomi di Dio nella tradizione ebraica, quello legato alla creazione. Nella lettura di Sibaldi, ʼElohiym è il Dio del Divenire: la potenza che spinge sempre oltre il limite attuale, che porta all’esistenza qualcosa che prima non c’era.

Chi porta energia ʼEL, in questa lettura, ha una spinta naturale a costruire, inventare, rompere schemi. Non è materialismo grezzo: è la capacità di dare forma concreta a un’intuizione, di trasformare un’idea in qualcosa che prima non esisteva. Gli angeli con questo cognome vengono associati, nel sistema di Sibaldi, a doti come l’inventiva, la leadership pratica, l’impulso a “creare, esprimere, riparare” — qualità che secondo questa lettura ricorrono spesso anche negli angeli legati alla guarigione e alla ricostruzione.

YaH: la forza dell’Essere

YaH deriva invece da Yahweh — il nome che nella tradizione biblica non si pronuncia. Sibaldi ne propone una lettura filologica particolare: non “Io sono colui che sono” (la traduzione più diffusa), ma qualcosa più vicino a sarò ciò che sarò. Una formula che non fissa un’identità statica, ma apre a un divenire che nessuno può ancora conoscere del tutto.

Nella lettura di Sibaldi, questo rende Yahweh il Dio dell’Essere — ma attenzione: non nel senso di immobilità. “Sarò ciò che sarò” è tutt’altro che statico. Essere, qui, significa qualcos’altro: non la spinta a far esistere ciò che ancora non c’è (quella è ʼEL), ma il movimento di chi comprende, attraversa e porta a maturazione ciò che già esiste. Chi porta energia YaH ha, in questa lettura, una spinta naturale verso la conoscenza profonda: non la curiosità superficiale, ma il desiderio di capire i meccanismi che già governano ciò che esiste, di trovarne il senso nascosto, di raffinarlo.

Per questo, più che “Divenire contro Essere” — formula che rischia di far pensare a un ʼEL dinamico contro un YaH immobile, mentre entrambi sono energie in movimento — è più preciso parlare di creazione contro consapevolezza: ʼEL crea ciò che manca, YaH comprende ciò che c’è.

Due direzioni, non due valori

Il punto delicato — ed è qui che la lettura di Sibaldi si allontana da qualunque gerarchia tra le due energie — è che nessuna delle due è “superiore” all’altra. Sono due direzioni complementari, non due livelli di un ranking.

ʼEL rompe gli schemi; YaH li comprende e li perfeziona. ʼEL inventa; YaH raffina. Detto in termini quotidiani: c’è chi funziona meglio aprendo strade nuove, e chi funziona meglio approfondendo strade già aperte. Nessuno dei due modi è un difetto — ma ciascuno, se ignora l’altro, rischia di restare incompleto: la pura spinta creativa senza mai un momento di comprensione strutturale si disperde; la pura comprensione senza mai un momento di rottura si irrigidisce.

Quando i due cognomi convivono nello stesso nome

Quando ʼEL e YaH convivono

Alcuni nomi angelici, nel sistema di Sibaldi, contengono entrambe le sillabe — YaH e ʼeL insieme, in un’unica energia. Sono, in questa lettura, i casi che rappresentano l’integrazione più alta possibile tra le due direzioni: non scegliere tra creare e comprendere, ma tenerle insieme, in tensione produttiva.

Non è un dettaglio da poco. Se le due energie separate rappresentano due modi legittimi ma parziali di muoversi nel mondo, i nomi che le uniscono suggeriscono — sempre restando nella lettura di Sibaldi — che la maturità più piena non consiste nello scegliere un lato, ma nell’imparare a muoversi tra i due: costruire quando serve costruire, comprendere quando serve comprendere.

Perché conoscere il proprio cognome aiuta

Al di là della cornice angelologica, la distinzione ha un uso pratico immediato — ed è probabilmente per questo che continua a essere insegnata: aiuta a nominare una tensione che quasi tutti sperimentano, senza sempre saperla riconoscere.

C’è chi si sente vivo solo quando sta costruendo qualcosa che prima non esisteva, e si annoia mortalmente davanti a un compito che richiede solo di mantenere una struttura già fatta. E c’è chi, all’opposto, prova un piacere profondo nel comprendere a fondo ciò che già esiste, nel perfezionarlo, nel trovarci dettagli che altri non hanno notato — e si sente disorientato quando gli si chiede di inventare da zero, senza punti di riferimento.

Nessuna delle due tendenze richiede correzione. Richiede, semmai, riconoscimento: sapere se la propria energia dominante spinge a rompere schemi o a comprenderli aiuta a scegliere il tipo di lavoro, di collaborazione, di ritmo che rende un percorso sostenibile invece che frustrante — e a smettere di misurarsi con lo standard sbagliato, quello che appartiene all’altra polarità.

Prima di chiederti chi sei, chiediti che cosa la situazione richiede: creare qualcosa che ancora non esiste, oppure comprendere più a fondo ciò che è già presente. È questa, più ancora del nome angelico, la distinzione che rende utile la coppia ʼEL–YaH.

Questo articolo è una riflessione personale ispirata al metodo di crescita personale di Igor Sibaldi. Non sostituisce percorsi professionali, terapeutici o religiosi qualora necessari.

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